Nel segreto mi vergognavo della mia identità di uomo gay sebbene non l’avresti mai capito visto il numero dei ragazzi che ciclicamente avevo, dei locali che frequentavo e dei gay pride ai quali partecipavo.

Crescere a Dallas (Texas) negli anni ’80 non era una passeggiata al parco. Il mondo che mi attorniava si opponeva apertamente a quello “stile di vita”. La mia famiglia cattolica romana, i miei coetanei al liceo gesuita e la società nell’insieme si mostravano più o meno concordi sul fatto che il comportamento omosessuale fosse sbagliato. La maggior parte delle persone, specialmente quelli della mia sfera, ne erano alla sola idea del tutto disgustati. Inutile dirlo, sono rimasto nascosto e ho buttato la chiave.
Ma è stato quando ho partecipato per la prima volta ad un gay pride – avevo 16 anni – che sono uscito alla scoperto. Finalmente avevo trovato un mondo in cui mi sentivo pienamente accettato. Un mondo in cui i miei desideri segreti non sembravano anormali. Un mondo che prometteva una libertà assoluta. In quegli eventi, non solo il comportamento omosessuale era accettato, era anche celebrato. In effetti, il concetto di “comportamento omosessuale” era tutto fuorché démodé man mano che la sempre più forte idea di “identità gay” emergeva. Erano passati i giorni i giorni in cui l’omosessualità era qualcosa come un comportamento sessuale illecito o deviato. Un nuovo giorno stava sorgendo nel quale sarei stato fiero non solo del mio comportamento, ma anche – e soprattutto – della mia identità. E quale modo migliore di celebrare questa nuova realtà se non con un corteo stravagante e barocco pieno di bandiere arcobaleno? Annunciava una specie di rivoluzione, una rivoluzione che sarebbe diventata più potente e importante della rivoluzione sessuale degli anni ’60.
Lo sparo sentito in tutto il mondo, per così dire, è esploso il 28 giugno del 1969 al Greenwich Village di New York, in un bar gay chiamato Stonewall Inn. Nelle prime ore del mattino, degli ufficiali di polizia hanno fatto irruzione nel bar arrestando i proprietari con la pretesa che il bar somministrava alcol senza licenza. La realtà era che New York voleva sbarazzarsi del tutto dei bar gay usando qualunque mezzo necessario per farlo. Il fatale blitz ha accesso nelle notti seguenti una serie di sommosse che hanno fondamentalmente consentito alla comunità gay di coalizzarsi in una potente forza politica. Il 28 giugno del 1970 a New York, Los Angeles, Chicago e San Francisco si sono svolte le prime marce gay. Oggi molti americani celebrano giugno come il Pride Month in ricordo di questi eventi.
Quando alle superiori ho fatto le mie prime esperienze sessuali, ogni volta sentivo una profonda vergogna. Me le ricordo chiaramente. Ci volevano giorni prima che la vergognana cessasse ma, come per ogni peccato, più lo pratichi più il tuo cuore ne diventa insensibile. Quando mi sono trasferito a Los Angeles, dopo l’università, il mio cuore era quasi completamente assuefatto. La vergogna e il senso di colpa erano stati definitivamente debellati dalla mia mente (o almeno così pensavo).
Indipendentemente da come tentiamo di mascherare la vergogna, credo che le sue tracce rimangano nel fondo della nostra anima. Penso di aver sempre avuto un senso di vergogna della mia identità e del comportamento da uomo gay sebbene non l’avresti mai capito visto il numero dei ragazzi che ciclicamente avevo, dei locali che frequentavo e dei gay pride ai quali partecipavo ogni anno a Los Angeles, New York e San Francisco.
Poi 10 anni fa ho avuto un incontro radicale con Gesù che ha cambiato tutto. Fino a quel momento ero un vero e proprio ateo. Degli sconosciuti in una caffetteria mi hanno invitato nella loro chiesa evangelica a Hollywood e – pur sapendo di fare cosa poco saggia – ci sono andato. Quel giorno sono stato radicalmente trasformato dal vangelo. Non c’è modo per descriverlo se non come qualcosa di sovrannaturale. L’amore di Dio ha pervaso il mio essere. Ho capito immediatamente che il comportamento omosessuale era un peccato al quale dovevo rinunciare. Ma questo non mi ha scoraggiato perché avevo incontrato il Re dell’universo, Gesù, e mi sono sentito in modo pratico e tangibile costretto a lasciarmi alle spalle quella vita, prendere la mia croce e seguirLo. La mia vita non è stata più la stessa. Passati dieci anni, non rimpiango di essere celibe..
Il gay pride promette tanto. Liberazione al posto di costrizione; affermazione al posto di condanna; essere autentici (vivere “come siamo veramente”) invece di essere nascosti; essere accetatti invece di essere rigettati; forti anziché deboli. Il gay pride dipinge un mondo immaginario in cui ci si possa gloriarsi dei propri peccati senza conseguenze.
Il vangelo, al contrario, libera. Porta libertà dalla vergogna e da quell’interminabile tunnel del senso di colpa, della paura e del rimpianto. Per mezzo del vangelo veniamo adottati come figli di Dio, creati alla Sua immagine. La grazia e la potenza di Dio sono rese perfette nella debolezza. Lui che fa tutte le cose nuove, ci ristora. Il vangelo ci mostra la realtà di un Dio che non solo perdona i nostri peccati, ma ci libera da essi e cambia la corrente in nostro favore. Ci dà la vita, ora e in eterno, invece della morte.
Il gay pride mi aveva convinto che il nero era bianco, che il male era bene, che il peccato era virtù. Pensavo, in quegli anni, di essere sessualmente emancipato, ma in realtà ero schiavo. Il gay pride dimostra con tutti i particolari come siamo decisi a perseverare verso la razionalizzazione del peccato. Anche chiamando qualcosa il contrario di quello che è: orgoglio gay.
Ma nel bel mezzo di questo inganno, c’è speranza. Quando mettiamo la nostra fede in Cristo, Lui ci lava via la vergogna una volta per tutte. Rimuove il senso di colpa e copre la nostra vergogna. Ci riveste di vesti di giustizia. L’apostolo Paolo lo spiega bene nella lettere alla chiesa di Corinto: «E tali eravate alcuni di voi; ma siete stati lavati, siete stati santificati, siete stati giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e mediante lo Spirito del nostro Dio.» (1 Corinzi 6:11) È davvero una buona notizia!
Il gay pride è stato una parte integrante della mia vita per 25 anni. Sono più che grato a Gesù ha fatto irruzione nella mia vita, liberandomi dal peccato e cambiando la mia traiettoria. Cristo mi ha mostrato che la mia identità è in Lui, non nella mia sessualità, e il Suo Spirito mi ha dato la capacità di vivere una vita degna della chiamata che mi ha rivolto. Non devo più fare finta di essere un uomo gay orgoglioso. Posso riposarmi nella gioia incrollabile di essere un figlio di Dio, scelto e amato dal Re.

